Fregolent: «L’Università deve essere la casa delle opportunità»

GLI STATI GENERALI – GIOVANNI DAMIANI – 14 GIUGNO 2021

Ho incontrato Laura Fregolent all’inaugurazione della bella mostra su Carlo Aymonino in Triennale, una di quelle occasioni che una volta radunavano il mondo dell’architettura e che oggi, da ben prima della triste era Covid, invece faticano a trasmettere la gioia del vedersi e discutere di come ordinare il mondo.

Prendo spunto proprio dalla mostra perché i visitatori potranno vedere un sacco di foto di gente felice, sorridente, che, pur in sprezzanti lotte di potere e di posizione, non mancava della convivialità. Aymonino è stato rettore dello Iuav, la celebre scuola di architettura di Venezia, l’ha fortemente segnata sia dal punto di vista burocratico che culturale e di questo si finisce a parlare con Laura Fregolent, con cui siamo amici da anni, che in questo periodo è candidata proprio alla carica di Rettore.

Ne è uscita una chiacchiera molto piacevole, continuata il giorno dopo ad un pranzo in un ottimo ristorante cinese dove mi ha fatto provare specialità dal sud della Cina che lei conosce bene per alcune missioni culturali di questi anni. Devo ancora premettere che io sono uscito, come molti della mia generazione diversi anni fa dall’Università italiana, per cui probabilmente molte mie domande possono sembrare ingenue.

Laura Fregolent: «È vero, certamente l’Università italiana è cambiata molto in questi anni e sono mutate profondamente anche le richieste degli studenti, ma il progressivo allontanamento dell’Università stessa dalla vita attiva nelle città, nel dibattito civile – e anche politico – è e deve essere un problema da affrontare con decisione. Non è questione di burocrazia, di modalità, crediti o ore da fare in presenza o su altri supporti, la sfida è sempre quella di riuscire a formare una cittadinanza consapevole che sappia incidere nel futuro del Paese.»

Ti faccio una domanda subito molto diretta, secondo te di cosa ha bisogno davvero l’università italiana per essere oggi competitiva nel mondo, partendo dalla banalità che lo Iuav in cui abbiamo studiato noi era una scuola di fama mondiale e che oggi, se nessuno si offende, non lo è?

«Lo Iuav di quegli anni non esiste più, come non esiste più quella società che lo alimentava. Credo che sia utile essere molto onesti nel dirselo subito e cancellare ogni nostalgia per un sistema che aveva anche mille difetti. Il contesto in cui ci muoviamo è completamente diverso. Noi dobbiamo proprio partire da qui per immaginare un futuro diverso. Altrimenti non ne usciremo. Invece, credo che ci siano potenzialità per fare di Venezia una città paradigma di una nuova sfida rispetto a una società che sta cambiando velocemente. Vedo una vasta domanda di ricerche e figure che possano fare progetti e proposte nel campo della trasformazione urbana, dei territori, della città, progetti che coinvolgono le arti, la fotografia, la moda e tutti i campi in cui lo Iuav si è allargato in questi anni e che devono dialogare tra loro sempre di più.»

Che cosa vorresti fare come Rettore?

«Ci sono tantissime cose da fare. Per prima cosa aprire le porte, dare opportunità, creare un sistema che venga percepito dai nostri giovani migliori, come una casa delle opportunità, un luogo dove portare le proprie idee. Alcuni di loro poi faranno questo nella vita, per altri magari sarà solo una fase. Ma dobbiamo dare opportunità ai giovani più bravi di rimanere nell’Università, di sperimentare, di potare avanti delle loro ricerche con maggiore autonomia, di metterli alla prova. Già in questi anni sulla ricerca si è fatto molto. È una cosa di cui sono fiera visto che me ne sono occupata in prima persona, ma dobbiamo fare di più. Quando finanzio dei programmi e borse indipendenti faccio una cosa che può apparire ovvia e banale, ma non lo è. Quando offro un prolungamento della ricerca a un ricercatore che formula application per delle borse europee, oppure che sviluppa progetti che competono per finanziamenti importanti, faccio una cosa che deve diventare ovvia e naturale – come è già in molte realtà internazionali.

Non voglio parlare della gestione di questi anni, che ha fatto anche tante cose molto buone. Tuttavia, non posso essere d’accordo con una idea di continuità. In Italia e nell’Università italiana c’è bisogno di discontinuità. Certo con il rispetto di tutti, ci mancherebbe. Ma sapendo che dobbiamo cambiare tante cose. A partire dal fatto che tutti devono essere tutti più liberi di dire ciò che pensano, di stare meno lì a fare calcoli e valutare appartenenze e di (ri)mettere al centro quello che è il nostro mestiere che è proporre idee, trasmettere sapere alle nuove generazioni, reinterpretare e rinnovare contenuti e saperi ereditati dal passato.»

In tutto questo Venezia?

«Venezia è un valore aggiunto enorme, che sta sviluppando solo parte del suo potenziale. Ho viaggiato tanto in questi ultimi anni. Non solo Venezia è uno dei pochi punti sulle mappe davvero globali – già di per sé un valore aggiunto enorme – ma è proprio la sua forma, la sua storia, che rendono conseguenti e necessarie riflessioni di schiacciante attualità. Venezia porta con sé un potenziale straordinario. Che dobbiamo giocarci senza esitazioni.»

Ci siamo incontrati alla mostra di Aymonino, il primo Rettore di una Università italiana che venisse dal PCI perché lo Iuav era e ha nel suo DNA il fatto di essere un luogo di sperimentazione. È il tempo del Primo Rettore donna?

«Sicuramente esistono dei problemi di pari opportunità in Italia e sarebbe un segnale positivo, mi farebbe di certo piacere stare all’interno di un percorso di crescita e allargamento degli orizzonti, ma credo davvero che la sfida debba essere sui contenuti, sull’idea che questo dettaglio faccia parte di un percorso di chi crede che si debba guardare avanti e avere il coraggio di camminare sulle strade del mondo.»

Per me, da esterno, salta all’occhio una distanza che si allarga sempre di più tra un mondo produttivo, che ha moltissime magagne e difficoltà enormi in Italia, e una ricerca, a cui concedo volentieri l’onore delle armi, ma che appare molto fine a sé stessa, spesso arroccata sulle proprie posizioni e auto-conservazione di posizioni che una volta erano ricche e nobili e che oggi pesano pochissimo nel tessuto sociale del Paese. Per me questo è la base di un distacco che percepisco fortissimo nei giovani laureati che arrivano in studio a fare dei tirocini, delle prime esperienze, o i figli di amici che studiano oggi.

«I ragazzi di oggi sono cambiati e vogliono cose giustamente diverse. Sicuramente c’è una domanda più professionalizzante a cui noi dobbiamo saper rispondere. Lasciami aggiungere: senza tuttavia perdere la libertà e l’autonomia di fare una didattica libera dalle esigenze minute del momento oppure orientata a formare dei tecnici che trovino un lavoro nell’immediato. L’idea di una scuola che tiene assieme tecnica e arti è una sfida bellissima. Noi abbiamo oggi un enorme bisogno di persone che progettino il futuro del mondo, prima ancora che di ragazzi che sappiano usare questo o quel programma per lavorare in qualche studio. Le due cose devono andare di pari passo. Per questo dico che dobbiamo aprire la scuola al mondo e vedere cosa succede fuori, ritrovare il piacere di dialogare. Sono convintissima che per tanti miei colleghi, me per prima, possa essere una sfida bellissima che ci darà enormi stimoli e opportunità. Perché la scuola riunisce moltissime intelligenze che a volte sono semplicemente incagliate in situazioni in cui si ha poco vantaggio a essere innovativi. Se riesco a liberare queste energie, la scuola può davvero andare lontano.»

Per quello che conosco io l’Università dici cose però molto pericolose per una candidatura.

«Dobbiamo rompere degli schemi e trovare il coraggio di avere delle ambizioni. Questa idea che essere conservatori paga sempre, che tutti sotto sotto preferiscono sempre lo status quo, mica è vera, secondo me. La propria carriera è legittima, come lo sono sempre le ambizioni. Che questo debba avvenire perché si sta chiusi a riccio in difesa è una idea sbagliata. Se diciamo che dobbiamo rinnovare il corpo docente, che dobbiamo avere dei nomi che vengono da altre esperienze, da altri sistemi e paesi, non stiamo dicendo che chi è dentro si troverà perdente di fronte a una crescente competizione. Dobbiamo invece vedere le nuove opportunità che si creano subito per i nostri colleghi di andare a loro volta all’estero, di promuovere altri progetti internazionali, di allargare il campo, di cogliere nuove occasioni umane e professionali.
Una cosa che voglio assolutamente fare e proprio liberare risorse per fare più scambi, più ricerche, per avere più spazi di libertà, sia per gli studenti di scegliere tra i loro percorsi di formazione, sia per i vari ruoli di chi all’Università ci insegna e lavora.»

Mi lasci finire con la battuta(ccia): Ma chi te lo fa fare?

«Io ho sempre creduto che se uno fa parte di una comunità, come è quella di un sistema complesso dell’Università. Vale in tutti i campi: è necessario dedicarsi e avere cura delle cose che abbiamo attorno. Non siamo soli e non possiamo crescere da soli. Mi sono sempre presa la mia parte di oneri amministrativi in questi anni, che fosse il coordinamento della ricerca, i ruoli nel senato accademico, e reputo importante essere a servizio di una Istituzione Pubblica. Magari suona retorico così, ma è il mio imprinting profondo che ha sempre guidato tante scelte della mia vita. Inoltre credo anche che spetti alla mia generazione assumersi più responsabilità anche nel governare questa scuola, detta in altre parole è una sfida generazionale, perché se non diciamo cosa vogliamo della nostra scuola, della nostra città, del nostro Paese non ne usciremo davvero più.»

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