Fregolent: «La mia scelta come prima donna candidata rettore allo Iuav di Venezia»

GLOBALIST.IT – CHIARA D’AMBROS – 10 MAGGIO 2021

La professoressa: «Credo che nel femminile ci sia una propensione a un ruolo di ascolto e ci può essere una interpretazione del ruolo diversa da quella maschile»

Perché ha deciso di candidarsi?

«Personalmente la spinta è venuta dal mio credere nelle istituzioni, nell’importanza di lavorare in una istituzione pubblica. Inoltre sono stata sollecitata da più parti, dal personale tecnico-amministrativo e da vari colleghi. In molto mi hanno incoraggiato sottolineando anche la questione di genere, sarei la prima donna Rettore, in questa università. 
Noto che la società sta manifestando una certa curiosità in quella che può essere la gestione, la dirigenza al femminile. Questo è il segnale che ho avuto anche da parte del mio ateneo. C’è una dimensione della cura e dell’attenzione che ha un côté più femminile, che non vuol dire delle donne, ma di una sensibilità diversa da quella dominante oggi nei posti apicali di molte istituzioni. A me non piacciono molto le quote rosa, ma siamo un paese che forse ne ha ancora bisogno. Se io penso al panorama italiano le donne rettrici sono 7 su 84 rettori.»

In che senso il femminile desta curiosità?

«È un elemento di novità, la figura di donne ai vertici massimi è recente. Lo scorso anno è stata eletta una donna la rettrice de La Sapienza a Roma, una di Ca’ Foscari. Credo ci sia una parte della società che sta esprimendo il desiderio di vedere il femminile all’opera. Credo che nel femminile ci sia una propensione a un ruolo di ascolto, di cura, quindi ci può essere una interpretazione del ruolo di governo diversa da quella maschile, a parità di competenze e di solidi curriculum.»

Da quanto lei è in questo ateneo?

«Ci ho studiato, poi ho fatto un dottorato a Pisa, e sono diventata come professore associato dal 2006. Quindi sono 15 anni che sono strutturata, prima ci collaboravo.»

Quali sono le sue proposte? Quale tua visione di quanto è necessario fare?

«Il programma lo sto scrivendo in modo molto allargato, inclusivo. Sto cercando di porre degli obiettivi in modo condiviso. Mi sto soffermando già su alcuni punti : uno è la centralità degli studenti, di una offerta formativa che interpreti la contemporaneità. Il tema dei servizi, di spazi dove gli studenti possano stare, non solo per la didattica frontale. Va stretto un patto con la città intera, perché ci sia una integrazione degli studenti. La mia università ha bisogno di risentirsi coesa intorno a un progetto formativo, di costruzione di un’Università che ha ancora moltissimo da proporre al mondo. Sento l’importanza di avere negli studenti degli interlocutori utili per costruire progetti.»

Si sente molto entusiasmo nella sua voce, nel suo racconto…

«Io lo amo questo ateneo.»

Tornando alla questione di genere, ha mai sperimentato delle difficoltà in quanto donna?

«Ho avuto la fortuna di lavorare con maestri con i quali non ho mai sentito il distacco uomo-donna. In questo ateneo non ci sono delle particolari criticità dal punto di vista delle differenze di genere, ma ci sono dei non detti, delle sensazioni, delle pratiche che mostrano che la questione esiste. Il fatto che non solo sarei la prima rettrice donna, ma che nessuna prima di me abbia mai presentato la sua candidatura, è più che una spia. Io non ho avuto grossi problemi da questo punto di vista, ma anche per educazione, non mi sono mai sottratta alla competizione. E credo che dal punto di vista culturale ci sia moltissimo da fare. E credo che in questo momento storico, soprattutto per quanto il Paese ha sofferto, la dimensione della cura debba essere presente negli ambiti dirigenziali.»

A volte la sensibilità viene associata a, se non scambiata, per debolezza…

«Non credo che questa sensibilità pregiudichi il fatto di assumerti delle responsabilità, ma come arrivi alla decisione è importante. A volte deve essere immediata e l’assumi da sola. Molte volte ci arrivi per condivisione di obbiettivi con una comunità. 
Assumi decisioni perché il ruolo lo richiede, ma lo fai in presenza di un programma, un percorso condiviso. Non credo che questa sensibilità di cui abbiamo discusso, sia sinonimo di debolezza. Le responsabilità te le prendi ma con un percorso diverso rispetto a un percorso più tradizionale.In questo lavoro che sto facendo ora come direttore di Ricerca, vedo che la dimensione dell’ascolto è molto apprezzata. Le persone sono contente di avere la possibilità di mettere in evidenza sia le criticità, sia le proprie prospettive di futuro. 
In questo rivendico sensibilità, ma poi non vuol dire che non mi assumo la responsabilità di fare sintesi. Io penso che un rettore deve lavorare necessariamente in maniera allargata, con una squadra allargata rispetto a un progetto che viene votato assieme al rettore.»

Cos’è per lei la cura?

«Si manifesta in tanti modi, nell’attenzione nei confronti di un’istituzione che è un’istituzione pubblica, che ha delle sue regole ma anche finalità e si compone di diversi soggetti. Il personale amministrativo, i docenti e gli studenti. 
Cura è ciò che contribuisce a costruire empatia. Una condizione nella quale andiamo insieme nella stessa direzione.»

Qual è la sua visione di formazione?

«La formazione presuppone ce ci sia un ripensare ad alcuni formati della didattica. Siamo abituati ai corsi frontali. Noi abbiamo i laboratori che sono punti di forza. Ma ci sono altre possibili sperimentazioni che si possono fare. Io credo che un punto centrale, non sempre facile da coniugare, è quello tra didattica e ricerca. Credo che attraverso la didattica si possa fare ricerca, anche in termini di nuovi formati di apprendimento, e che la ricerca porti alla didattica innovazione, nuovi saperi, quella dimensione della contemporaneità di cui parlavo prima. Su questo, secondo me, si può lavorare ancora molto e questo è un punto di forza per la formazione degli studenti. L’università deve costruire professionalità, dare un metodo ma soprattutto deve costruire una capacità critica positiva.»

Ieri era la giornata dell’Europa…

«Noi rispetto all’internazionalizzazione degli studenti che vanno e arrivano dall’Europa siamo sempre stati molto aperti, ed è un punto su cui l’Ateneo ha sempre lavorato molto ed è un punto sul quale si deve continuare a lavorare. Costruendo accordi, relazioni con università straniere, in primis quelle europee ma anche con il mondo intero. Lo sguardo verso l’Europa è uno sguardo fondamentale.» 

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